L’economista dei bailout di Bush spiega che l’austerità è miope
Quando George Bush nel 2005 ha nominato Timothy Adams sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali, i democratici si sono a loro modo rallegrati: aveva avuto un ruolo prestigioso nella campagna di Bush e Cheney, ma era considerato un tecnico che non avrebbe fatto rimpiangere il predecessore John Taylor in quanto a competenza e allo stesso tempo ne avrebbe vendicato gli eccessi filosofici.
17 AGO 20

Quando George Bush nel 2005 ha nominato Timothy Adams sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali, i democratici si sono a loro modo rallegrati: aveva avuto un ruolo prestigioso nella campagna di Bush e Cheney, ma era considerato un tecnico che non avrebbe fatto rimpiangere il predecessore John Taylor in quanto a competenza e allo stesso tempo ne avrebbe vendicato gli eccessi filosofici.
Adams non sapeva ancora che la sua Amministrazione, quella delle guerre e dei tagli fiscali, sarebbe stata infine costretta dalla realtà a mettere in campo piani di salvataggio e stimolo per arginare il collasso economico. Ora che a quel ciclo americano si è aggiunta di prepotenza la crisi dell’Eurozona, Adams spiega al Foglio la differenza filosofica fra i due mondi nella risposta alla crisi e le sue conseguenze: “L’austerità chiesta e sostanzialmente imposta dalla Germania agli altri paesi europei nel breve termine può accordarsi con l’esigenza di calmare i mercati, ma non può essere una soluzione duratura, perché l’Europa ha l’assoluta necessità di concentrarsi sulla promozione della crescita economica. Anche Mario Monti sta dando segnali in questo senso. Certo, l’agenda di Angela Merkel è basata sul fiscal restraint, ma è un approccio che rischia di essere miope. Presto andrà integrato con altri strumenti”.
Sono mesi che si parla di ricette integrate fra fondo salva stati, Banca centrale europea che finanzia le banche, Fondo monetario internazionale nel ruolo di coordinatore e stati che s’impegnano a tirare la cinghia, ma per Adams “non si potrà che andare verso uno scenario in cui la Bce diventa il prestatore di ultima istanza”, nonostante la strenua opposizione della Germania . “E’ una riforma che avverrà in almeno dieci anni – dice Adams – e chi guida l’Eurozona vuole prima avere garanzie sul fatto che i governi saranno disciplinati. Merkel ovviamente scommette sul fatto che con una rete di salvataggio nessuno è disciplinato, ma intanto la Bce sta aggirando il suo stesso statuto finanziando le banche”. Obama ha detto chiaramente che l’Europa può e deve farcela da sola, facendo capire che Washington ha le mani legate ma allo stesso tempo non può permettersi che la crisi si aggravi, perché, dice Adams, “gli effetti sull’economia americana sarebbero devastanti. Il paradosso è che la crisi dell’euro non è nell’interesse di nessuno, se non degli speculatori”.
L’intervento dell’America potrebbe però essere mediato dal Fmi, che ha sul tavolo piani di aiuto per l’Eurozona. Per Adams però una manovra del Fondo genererebbe un problema politico insostenbile: “Gli investitori non si fidano dell’Europa. Questo è un fatto che non si cambia dall’oggi al domani, e soprattutto non si cambia con un intervento esterno. Non è nell’interesse dell’Europa che un fondo sostanzialmente controllato dagli Stati Uniti gestisca questa crisi, perché non promuoverebbe la credibilità dell’Europa. Sarebbe una credibilità appiccicata, artificiale”. Mercoledì la Fed ha annunciato che manterrà i tassi al minimo fino al 2014, abbassando contestualmente le stime della crescita economica: è un segno che nemmeno il sostegno della crescita promosso dalla Fed sta funzionando? “I dati dicono che c’è una crescita. Il problema è che è la più debole dei recenti cicli economici, forse la più debole dalla grande depressione. Ci sono diversi fattori per spiegare quest’anemia: uno è la politica dello stimolo, che certamente ha funzionato, ma non ai livelli che avevamo previsto. Il secondo riguarda la spesa, in particolare la spesa sanitaria, che ha portato il debito a livelli insostenibili. Il terzo fattore è quello globale, legato appunto alla crisi dell’Eurozona”.
Un anno fa Adams diceva che il collasso dell’euro era improbabile; anche ora lo sostiene, ma se dovesse fare una scommessa le quotazioni sarebbero diverse da allora: “Sarebbe un evento catastrofico per l’Europa e per l’America, per questo credo che Washington possa fare di più in termini di pressione politica. Quando Obama incontrerà Monti sarà pubblicamente coerente con quanto ha detto sui cambiamenti strutturali, ma a livello politico potrebbe servire per bilanciare un po’ la pressione tedesca verso l’austerità”.
Adams non sapeva ancora che la sua Amministrazione, quella delle guerre e dei tagli fiscali, sarebbe stata infine costretta dalla realtà a mettere in campo piani di salvataggio e stimolo per arginare il collasso economico. Ora che a quel ciclo americano si è aggiunta di prepotenza la crisi dell’Eurozona, Adams spiega al Foglio la differenza filosofica fra i due mondi nella risposta alla crisi e le sue conseguenze: “L’austerità chiesta e sostanzialmente imposta dalla Germania agli altri paesi europei nel breve termine può accordarsi con l’esigenza di calmare i mercati, ma non può essere una soluzione duratura, perché l’Europa ha l’assoluta necessità di concentrarsi sulla promozione della crescita economica. Anche Mario Monti sta dando segnali in questo senso. Certo, l’agenda di Angela Merkel è basata sul fiscal restraint, ma è un approccio che rischia di essere miope. Presto andrà integrato con altri strumenti”.
Sono mesi che si parla di ricette integrate fra fondo salva stati, Banca centrale europea che finanzia le banche, Fondo monetario internazionale nel ruolo di coordinatore e stati che s’impegnano a tirare la cinghia, ma per Adams “non si potrà che andare verso uno scenario in cui la Bce diventa il prestatore di ultima istanza”, nonostante la strenua opposizione della Germania . “E’ una riforma che avverrà in almeno dieci anni – dice Adams – e chi guida l’Eurozona vuole prima avere garanzie sul fatto che i governi saranno disciplinati. Merkel ovviamente scommette sul fatto che con una rete di salvataggio nessuno è disciplinato, ma intanto la Bce sta aggirando il suo stesso statuto finanziando le banche”. Obama ha detto chiaramente che l’Europa può e deve farcela da sola, facendo capire che Washington ha le mani legate ma allo stesso tempo non può permettersi che la crisi si aggravi, perché, dice Adams, “gli effetti sull’economia americana sarebbero devastanti. Il paradosso è che la crisi dell’euro non è nell’interesse di nessuno, se non degli speculatori”.
L’intervento dell’America potrebbe però essere mediato dal Fmi, che ha sul tavolo piani di aiuto per l’Eurozona. Per Adams però una manovra del Fondo genererebbe un problema politico insostenbile: “Gli investitori non si fidano dell’Europa. Questo è un fatto che non si cambia dall’oggi al domani, e soprattutto non si cambia con un intervento esterno. Non è nell’interesse dell’Europa che un fondo sostanzialmente controllato dagli Stati Uniti gestisca questa crisi, perché non promuoverebbe la credibilità dell’Europa. Sarebbe una credibilità appiccicata, artificiale”. Mercoledì la Fed ha annunciato che manterrà i tassi al minimo fino al 2014, abbassando contestualmente le stime della crescita economica: è un segno che nemmeno il sostegno della crescita promosso dalla Fed sta funzionando? “I dati dicono che c’è una crescita. Il problema è che è la più debole dei recenti cicli economici, forse la più debole dalla grande depressione. Ci sono diversi fattori per spiegare quest’anemia: uno è la politica dello stimolo, che certamente ha funzionato, ma non ai livelli che avevamo previsto. Il secondo riguarda la spesa, in particolare la spesa sanitaria, che ha portato il debito a livelli insostenibili. Il terzo fattore è quello globale, legato appunto alla crisi dell’Eurozona”.
Un anno fa Adams diceva che il collasso dell’euro era improbabile; anche ora lo sostiene, ma se dovesse fare una scommessa le quotazioni sarebbero diverse da allora: “Sarebbe un evento catastrofico per l’Europa e per l’America, per questo credo che Washington possa fare di più in termini di pressione politica. Quando Obama incontrerà Monti sarà pubblicamente coerente con quanto ha detto sui cambiamenti strutturali, ma a livello politico potrebbe servire per bilanciare un po’ la pressione tedesca verso l’austerità”.